“Eumenidi” di Eschilo, per la regia di Serena Sinigaglia
Spettacolo vertiginoso, ipnotico. Regia magistrale di Serena Sinigaglia che riesce a far parlare nuovamente le tragedie antiche con la loro propria voce. Restituendo verità alla parola, spesso occultata dal fraintendimento del verbo, dal nuovo ordine del logos.
E forse, in Eumenidi. Tutta, tutta del padre io sono, visto al Teatro Olimpico di Vicenza, la questione è proprio questa. Sinigaglia rintraccia attraverso Eschilo il momento puntuale, l’esatto spartiacque in cui due potenze si scontrano e l’antico viene immolato sull’altare del nuovo che avanza.
Giustizia perde le sue ancelle, le Erinni. Il tradimento dell’antica legge trova il suo scandalo in Oreste, il matricida. Le Erinni si scagliano contro l’uccisore della Madre e chiedono giustizia. La nuova leva dei giovani dèi, Apollo e Atena, chiedono invece agli uomini di sostituirsi alle ctonie e di dare il proprio parere.
Gli uomini non riescono a pronunciarsi a favore dell’uno o dell’altra e così Atena, figlia nata dalla testa di Zeus, decide che ad avere la meglio sarà Oreste. Battezza la legge del padre come il nuovo orizzonte pacificatore, persuade gli uomini ad adottare la nuova legge e le Erinni a precipitare, sepolte, nel centro della terra. Ecco perché il loro nome cambia: da Erinni a Eumenidi. Da assetate di sangue e giustiziere a Benevole. Una volta per tutte, annichilite.
Le Erinni sono le divinità ancestrali che perseguitano chi si macchia di delitti di sangue. Non conoscono indulgenza, non ammettono scorciatoie: il sangue versato reclama altro sangue. La loro è una giustizia feroce, radicata nei legami di parentela e nel rispetto dovuto ai morti. Oreste ha compiuto un matricidio. Il sangue materno è stato versato, e questo basta.
Ma per capire la portata dello scontro bisogna riavvolgere il filo.
Agamennone sacrifica la figlia Ifigenia per consentire alla flotta greca di partire verso Troia. Clitennestra non dimentica quel sangue: quando il marito torna dalla guerra, lo uccide. Il figlio Oreste, sollecitato dall’oracolo di Apollo a vendicare il padre, uccide a sua volta la madre e così resta intrappolato in una contraddizione che nessuna legge antica sembra poter risolvere senza produrre altro sangue.
Apollo difende Oreste e sostiene la necessità del suo gesto; le Erinni lo perseguitano; Atena interviene e la città viene chiamata a pronunciarsi. Il voto del tribunale dell’Areopago si conclude in parità e la dea decide in favore di Oreste. È un passaggio decisivo: la vendetta privata viene sostituita dal giudizio pubblico, la catena del sangue trova un nuovo orizzonte nell’obbedienza a una istituzione.
La nascita della giustizia cittadina, tuttavia, non è un’operazione neutrale.
Nel testo di Eschilo, Apollo sostiene apertamente la superiorità del padre rispetto alla madre nella generazione dei figli, esaltando il seme; e Atena, nata dalla testa di Zeus, dichiara di essere interamente dalla parte del padre. La nuova legge si fonda così su un principio maschile che sradica l’antica legge della Madre. Il nuovo ordine si presenta come soluzione alla violenza ma porta con sé una precisa gerarchia.
Le Erinni hanno perso. Atena che le teme, le persuade ad accettare una nuova dimora nel confinamento prima che loro usino la parola per lanciare maledizioni.
In Eumenidi. Tutta, tutta del padre io sono parte dalla fine: le sette interpreti sono le Eumenidi, ormai trasformate dall’azione ordinatrice di Atena. Il racconto torna indietro, verso le Erinni, verso una potenza femminile primordiale che l’ordine della città ha addomesticato entro nuovi confini, innocui. La storia è raccontata dal loro punto di vista, così cambia, inevitabilmente, anche il modo in cui guardiamo alla nascita della giustizia.
Nel discorso conclusivo di Atena infatti, la violenza sembra essere trasferita dall’interno all’esterno: non più il nemico dentro la famiglia, il clan, la città, ma il nemico da individuare al di fuori; il colpevole da espellere, il capro espiatorio sul quale concentrare la minaccia.
È una lettura che attraversa il mito e arriva fino a noi. Le comunità hanno bisogno di regole per non divorarsi dall’interno, ma hanno anche bisogno, troppo spesso, di qualcuno da collocare oltre il confine, qualcuno sul quale scaricare ciò che non vogliono riconoscere in sé stesse.
Ci stiamo però dimenticando del principio.
Perché Clitemnestra si vendica? A parlare in scena è Ifigenia, imbavagliata dal padre prima del sacrificio, perché non possa lanciargli maledizioni. Il silenzio diventa una condizione perché il gesto possa compiersi senza che la parola della vittima ne incrini la legittimità.
La voce, così potente!
Una volta sconfitte, le Erinni cominciano infatti a gridare: «Veleno! Cancro sui raccolti, cancro sulle nascite».
A quel punto interviene la persuasione di Atena che le convince. La voce si fa parola, esercita la tecnica del dominio.
Lo sapeva bene Gorgia da Leontini, il sofista, egli conosceva bene la potenza di questo strumento. Gorgia paragona la parola a un grande sovrano, capace di compiere imprese straordinarie con un corpo piccolissimo e invisibile. Il discorso agisce sull’anima, la modifica, la seduce. La retorica è una tecnica di dominio mentale e politico.
È difficile non pensare alle arringhe degli avvocati, alla politica, alle parole che confezionano una versione dei fatti fino a farla apparire l’unica possibile. La retorica può proteggere una comunità, oppure renderla docile.
Possiamo allora affidare Giustizia alla parola?
La parola può convincere, incantare, costringere. E proprio per questo non è mai innocente.
Veleno!
Io l’ho visto al Teatro Olimpico di Vicenza nel corso del 79° Ciclo di Spettacoli Classici, con la direzione artistica di Stivalaccio Teatro.



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