“…che mai nulla sia dovuto al caso e che tutto ciò che succede di male succeda per effetto di una cattiva volontà cosciente, intelligente e concertata. Cosa che gli psichiatri non credono mai. Cosa che i geni credono sempre.” – A. Artaud, Van Gogh il suicidato dalla società.

Flòrula

Flòrula è il nuovo progetto discografico di Patrizia Laquidara.

Ho conosciuto Patrizia Laquidara durante la presentazione di Ti ho vista ieri, il suo primo romanzo. E mi colpì subito una cosa: la sua capacità di trasformare i ricordi. Tra noi scoccò una scintilla: due anime che si incontrano perché riescono ad alzare lo sguardo verso lo stesso orizzonte.  Un punto sospeso tra le profondità magmatiche del passato e l’attesa luminosità di un’alba che nasce, dopo aver attraversato una lunga notte.

Le persone che abitano le pagine del suo romanzo – nonne, zie, vicini, amici d’infanzia, figure incontrate o semplicemente raccontate – non appartengono mai soltanto al passato di Patrizia. Continuano a vivere anche dentro di noi, a trasmettersi di canto in canto, grazie alla voce che ne ha dato eternità di vita.

Forse è da qui che bisogna partire per entrare in Flòrula.

Il nuovo progetto discografico di Patrizia Laquidara nasce infatti dallo stesso territorio umano e immaginario che alimentava Ti ho vista ieri. Le canzoni sembrano raccogliere tracce, frammenti, memorie, storie ascoltate e custodite nel tempo. È come se, dopo la scrittura, il romanzo avesse trovato una seconda forma espressiva: il canto.

Da sempre Laquidara abita una terra di confine. Siciliana di nascita e veneta d’adozione, cantautrice, scrittrice e interprete, ha costruito negli anni un percorso personale che sfugge alle facili definizioni. Anche in Flòrula evita accuratamente qualsiasi forma di autobiografia esibita. L’autrice parte da sé per arrivare agli altri.

Per questo il disco possiede una natura profondamente corale. Ogni brano custodisce un incontro, una memoria condivisa, una storia raccolta lungo il cammino. Le sonorità attraversano tradizione popolare ed elettronica, mentre la voce resta il filo che tiene insieme ogni cosa: intensa, riconoscibile, capace di muoversi tra racconto e incanto.

Ad attraversare l’intero lavoro è una geografia affettiva che unisce Sicilia e Veneto, Sud e Nord, origine e approdo. Una mappa emotiva costruita attraverso il ricordo.

Flòrula è un disco che richiede tempo. Lavora per sedimentazione. Preferisce depositarsi, tornare alla memoria, riemergere quando meno ce lo aspettiamo.

La voce di Patrizia Laquidara attraversa il disco come un filo che unisce luoghi e persone. Tiene insieme il Sud e il Nord, l’infanzia e l’età adulta, il ricordo e l’immaginazione. Non racconta soltanto una biografia: raccoglie frammenti di vite e li restituisce a una dimensione condivisa.

Forse è questo che rende così particolare il suo sguardo. La capacità di trasformare l’esperienza individuale, di fare della musica una soglia, un attraversamento, un ponte gettato tra geografie emotive.

E mentre ascoltiamo, ci accorgiamo che quelle storie non appartengono più soltanto a chi le ha vissute. Risalgono dal canto e dalla memoria, fino a diventare le nostre.

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