“…che mai nulla sia dovuto al caso e che tutto ciò che succede di male succeda per effetto di una cattiva volontà cosciente, intelligente e concertata. Cosa che gli psichiatri non credono mai. Cosa che i geni credono sempre.” – A. Artaud, Van Gogh il suicidato dalla società.

“Jenny Saville: The Anatomy of Painting” Londra, National Portrait Gallery

The Anatomy of Painting

“Jenny Saville: The Anatomy of Painting” Londra, National Portrait Gallery

Premetto: io, Jenny Saville, la adoro. L’ho vista a Firenze, l’ho vista a Londra, tra poco ci sarà una sua mostra a Venezia e non vedo l’ora di vederla.

Nelle sue tele monumentali trionfa la carne. Il corpo giganteggia. Nel dettaglio, l’umana imperfezione. Resa talvolta attraverso dispositivi di contenzione – come corde, cinghie, lacci – che nella pressione esaltano i cedimenti di una carne debordante. Il corpo è sempre verità di carne, sangue e lacrime.

Corpi come massi erratici, eventi geologici che conservano archeologie di dolore, lividi antichi, crepe epidermiche. Corpi incontenibili che travalicano il limite della tela.

Un gesto pittorico potente, senza compromessi. Saville usa il pennello come atto politico: l’olio diventa carne, la carne diventa colore. Una pittura colta, consapevole della tradizione – da Rubens a Bacon – e insieme ferocemente attuale. Eppure, in questa opulenza trionfa la vulnerabilità: il volto si sdoppia, la bocca si deforma, gli arti si accavallano. La violenza compositiva ricorda la dissezione. Il corpo grida, ma resiste.

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