Archetipi – Concerto inaugurale della 61 Stagione Concertistica dell’OPV
La 61ª Stagione concertistica dell’Orchestra di Padova e del Veneto, affidata alla direzione artistica e musicale di Marco Angius e intitolata Archetipi, si è aperta giovedì 29 ottobre all’Auditorium Pollini. La serata ha proposto al pubblico il Concerto in sol maggiore di Maurice Ravel, interpretato al pianoforte da Angela Hewitt, e La sagra della primavera di Igor Stravinskij, nella versione di McPhee. Un itinerario che dal rigore della forma e dalla raffinatezza timbrica conduce progressivamente verso una dimensione più profonda – raggiungendo gli archetipi – nella quale la musica si fa interprete del rapporto dell’uomo con la natura. E con il sacro.
Il Concerto in sol maggiore di Ravel, composto nel 1929-1931, appartiene alla stagione della piena maturità del musicista francese. La sua scrittura, nella quale convivono la chiarezza formale della tradizione classica, le armonie jazz conosciute durante il viaggio americano e una sensibilità timbrica di straordinaria finezza, non rinuncia mai al controllo della forma, neppure quando si apre alla libertà ritmica e alla seduzione melodica. Angela Hewitt, che da tempo dedica all’opera pianistica raveliana una particolare attenzione e ne è amatissima interprete, ne ha restituito una lettura limpida e dal tocco smagliante, perfettamente aderente all’impronta neoclassica dell’opera e alle sue radici clavicembalistiche. Qualità che Hewitt ha infuso anche nei quattro brani di François Couperin (uno dei grandi amori di Ravel, che gli dedicherà il suo Tombeau) regalati al pubblico padovano.
Con il capolavoro di Igor Stravinskij, il terreno cambia radicalmente. La sagra della primavera, composta nel 1913, ci introduce in una comunità arcaica, in un tempo nel quale l’esistenza umana è ancora strettamente dipendente dai cicli della natura. La primavera deve essere propiziata attraverso un rito. E il rito, nella rappresentazione stravinskiana, culmina nel sacrificio di una giovane donna, l’Eletta, chiamata a danzare fino alla morte affinché la terra possa rigenerarsi.
È importante soffermarsi sul significato del titolo. La Sagra non allude a una festa popolare nel senso contemporaneo del termine: il francese sacre rimanda alla consacrazione, alla sfera del sacro. Il sacrificio rituale consente alla comunità di concentrare su una vittima la tensione che attraversa il gruppo grazie a un atto collettivo. La vittima viene separata dagli altri, investita di una funzione che la rende contemporaneamente necessaria ed estranea. La sua eliminazione diventa il prezzo simbolico della ricomposizione dell’ordine ciclico, naturale.
Nella Sagra questa dinamica assume una forma di impressionante evidenza. Il gruppo ritrova la propria unità proprio attraverso la designazione di una figura destinata a essere sacrificata, consegnata alle potenze che governano la natura. La violenza è parte del dispositivo attraverso il quale l’ordine naturale viene rinnovato. La primavera, dunque, porta con sé una promessa di rinascita. Ma questa promessa ha un costo umano. L’opera rende visibile una struttura ricorrente dell’immaginario umano: la difficoltà di pensare la continuità della vita senza individuare qualcuno sul quale far ricadere il prezzo della sua conservazione. Il sacro si manifesta così nella sua ambivalenza originaria, come potenza generatrice.
I ritmi spezzati, le accentazioni imprevedibili, le ripetizioni ossessive convergono nelle masse sonore che si sovrappongono, riproponendo un cortocircuito nel loro manifestarsi e assumendo via via una temperatura cromatica che punta all’ascesi: sonorità nere che precedono il compimento del sacrificio, raggiungono infine la dimensione mistica. La musica diventa il corpo del rito, la sua energia, la sua necessità. Il tempo musicale perde la linearità del racconto e assume la circolarità della cerimonia, nella quale il gesto viene ripetuto perché possa compiersi ciò che è sempre stato compiuto.
La vicenda della Sagra si intreccia inevitabilmente anche con quella della sua prima rappresentazione, il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi. La coreografia di Vaclav Nižinskij e la musica di Stravinskij provocarono una reazione violentissima, passata alla storia come uno dei più celebri scandali della modernità artistica. Non fu soltanto una questione di dissonanze, ritmi irregolari o gestualità lontane dalla grazia del balletto tradizionale. A essere portato sulla scena era un immaginario che la cultura europea aveva cercato di tenere a distanza: la violenza originaria, la dipendenza dell’uomo dalle forze naturali, la possibilità che dietro le forme della civiltà continuasse ad agire una struttura arcaica del comportamento collettivo.
La primavera ritorna, la natura si rigenera, il ciclo ricomincia. E la musica ci lascia con una domanda: quanto della nostra idea di ordine, di appartenenza e persino di sacralità continua a poggiare su una violenza che abbiamo imparato a occultare?
Io l’ho visto all’auditorium Pollini a Padova.



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