“APPIO E VIRGINIA” di G.E. Trevelyan: quando il desiderio diventa violenza
Ho letto praticamente tutto d’un fiato Appio e Virginia di Gertrude E. Trevelyan, comprato in Librosteria a Padova. L’autrice è stata riscoperta solo di recente come una delle figure più singolari della narrativa inglese del Novecento. Morì giovanissima, a trentasette anni, dopo essere stata ferita da una bomba tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Il romanzo racconta la storia di una governante solitaria che prende con sé una scimmia, un cucciolo di orango, e decide di allevarlo come se fosse un bambino. La storia mi ha fatto pensare subito a Le due zitelle di Tommaso Landolfi, ma anche a Daphne du Maurier e, in particolare, al racconto The Birds, dove il mondo animale si ribella improvvisamente all’uomo e fa emergere una dimensione perturbante della natura. In tutti questi casi l’animale non è semplicemente un animale: è uno specchio deformante dell’umano. In questo romanzo di Trevelyan capiamo fin dall’inizio che l’esperimento non può riuscire. E infatti nel libro si avverte una tensione crescente, quasi una pressione sotterranea, fino a quando l’epilogo – prevedibile e tuttavia inevitabile – prende corpo. La cosa più interessante del libro è la coscienza della scimmia. Nel momento in cui scopre sé stessa, questa coscienza entra in corto circuito e diventa violenta. L’immagine che la governante ha costruito per la scimmia non è quella che la scimmia riceve dallo specchio e dal mondo. Attraverso i libri e gli oggetti della casa, attraverso gli sguardi degli altri, l’animale si rende conto di non essere né un bambino né un uomo, ma un animale. E deve fare i conti con questa rivelazione. Da qui nasce la violenza. Appio diventa violento perché uccide tutti coloro che gli rimandano un’immagine diversa da quella che lui ha interiorizzato attraverso il desiderio della governante. La sua identità non nasce da sé, ma da un desiderio mediato. La governante desidera per Appio un’identità umana e gli trasmette questo desiderio come modello. Quando la scimmia scopre la distanza tra l’immagine che le è stata cucita addosso e la realtà del suo corpo animale, il desiderio ricevuto per mediazione entra in crisi di identità e si trasforma in violenza. Appio, in questo senso, è allo stesso tempo colui che esercita la violenza e colui che la subisce. È la vittima originaria dell’esperimento della governante: il corpo su cui viene proiettata un’identità che non può sostenere. Anche i nomi dei protagonisti sembrano lavorare dentro questa struttura simbolica. Il titolo del romanzo richiama esplicitamente la celebre storia romana di Appio Claudio e Virginia, il racconto antico di un abuso di potere e di una violenza che nasce dal desiderio di possesso. Il nome Appio richiama quindi una figura di autorità e dominio, ma qui viene assegnato a una creatura che non possiede alcun potere su sé stessa. È quasi una parodia tragica del nome: una sovranità attribuita a chi non ha nemmeno il controllo della propria identità. La letteratura del Novecento è piena di storie che attraversano questa soglia tra umano e animale. Oltre a Landolfi e alla du Maurier, si potrebbero ricordare anche Franz Kafka con Una relazione per un’accademia, dove una scimmia racconta il proprio processo di “umanizzazione”. In tutti questi casi l’animale non è soltanto un animale: è il luogo dove l’identità umana si incrina. La tragedia di Appio nel romanzo di Trevelyan ci fa capire come si eserciti una grande violenza su coloro ai quali imponiamo delle aspettative, costruendo su di loro un’immagine fasulla che non corrisponde assolutamente al loro sé. La violenza più grande che possiamo esercitare verso un altro essere vivente è proprio quella di ridurlo a immagine specchiante del nostro desiderio: ovvero cucirgli sulla pelle un’alterità che è quella che noi vorremmo, ma lui non ha.
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